Innovazione e apertura come cura della corruzione: il punto di vista di un esperto

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Il binomio “trasparenza-anticorruzione” sta ormai entrando nel DNA di ogni funzionario pubblico, e anche di ogni cittadino che in qualche modo abbia a cura la cosa pubblica, o che sia interessato a svolgere quel ruolo di controllo dell’operato della Pubblica Amministrazione che è fondamentale per poterla rendere sempre meno auto-referenziale e sempre più al servizio della cittadinanza.

Con questo numero di Caffè Digitale andiamo ad approfondire questo binomio, e lo facciamo parlando con un collega che lavora sul campo, e che vede quotidianamente sia i successi che le difficoltà di ogni Amministrazione italiana sul terreno della trasparenza, terreno in cui sempre più spesso si scontrano anche altri processi che vanno in direzioni diverse, come gli Open Data, i social media, ed il cloud computing.

Fabrizio Di Mascio, funzionario di ANAC, ci racconta – dal suo punto di vista personale – dovesi è arrivati in Italia e quali sono le prossime sfide che possiamo aspettarci continuando a percorrere questo cammino.

Fabrizio, come vedi lo scenario delle PA italiane a qualche anno dall’introduzione nella normativa italiana dei dati in formato aperto, e della trasparenza riorganizzata per le PA?

Lo scenario è caratterizzato da una notevole differenziazione che riflette la frammentazione ed eterogeneità del settore pubblico italiano. In linea di massima, trasparenza e open data hanno seguito distinti percorsi di diffusione nelle amministrazioni. Per quanto concerne la trasparenza, essa è stata spinta dall’alto attraverso interventi normativi successivi che hanno imposto l’istituzione dell’attuale sezione “Amministrazione trasparente” nei siti istituzionali in cui è disponibile un catalogo di dati obbligatori. Ciò ha comportato una crescita delle disponibilità dei dati sui siti istituzionali cui però spesso non si abbina una sufficiente qualità dei dati in termini di completezza e aggiornamento delle informazioni.

Gli open data, invece, si sono diffusi spontaneamente attraverso iniziative promosse nei territori da attivisti digitali e amministratori illuminati. In questo caso la spinta dal basso ha generato una notevole eterogeneità degli esiti delle iniziative. In alcuni casi sono state aperte banche dati molto rilevanti predisponendo anche tecniche di consultazione avanzate (infografica ecc.) che rendono le informazioni fruibili anche per gli utenti meno attrezzati tecnicamente. Nel caso di molte amministrazioni, soprattutto quelle di piccole dimensioni, i dati non sono stati nemmeno aperti.

A parte i ruoli di vari responsabili individuati dalla normativa, a tuo avviso quali sono le principali figure chiave di cui un Ente pubblico o una società pubblica dovrebbero dotarsi per poter gestire più agevolmente il tema della Trasparenza e dell’AntiCorruzione?

Alla luce della eterogeneità delle pubbliche amministrazioni in termini di dimensione e tipologia, non credo vi possa essere un unico modello organizzativo. E’ però importante che vi sia un modello organizzativo ben codificato in cui siano stabilite con chiarezza l’architettura dei flussi informativi e le responsabilità dei dirigenti. Le norme prevedono delle figure di coordinamento (Responsabile della prevenzione della corruzione e Responsabile della trasparenza) rimettendo alle amministrazioni la scelta del proprio modello di raccordo tra queste figure e i dirigenti. I documenti di programmazione (Piano triennale di prevenzione della corruzione e Programma triennale per la trasparenza e l’integrità) dovrebbero servire proprio a definire il modello organizzativo specificando gli obiettivi di trasparenza e anticorruzione. Finora però tali documenti non hanno svolto questa funzione soprattutto con riferimento alle misure organizzative in materia di open data. Tra le poche eccezioni significative vanno segnalate Regione Lombardia e Regione Lazio che hanno inserito l’incremento di dati aperti tra gli obiettivi assegnati ai dirigenti.

Secondo te, quanto effettivamente le imprese italiane che vogliono avere rapporti con la PA possono o potranno beneficiare dalla normativa sulla Trasparenza e l’Anticorruzione?

Credo sia inutile dilungarsi sui benefici che l’efficace attuazione delle misure di prevenzione e  contrasto della corruzione comporta per le imprese in termini di corretto funzionamento del mercato. È un tema ampiamente dibattuto a livello internazionale tanto che le politiche di prevenzione e contrasto sono raccomandate dagli organismi internazionali come volano di crescita economica. Perché gli strumenti di prevenzione della corruzione sortiscano i propri effetti è però importante che le imprese ne sostengano l’attuazione prendendo parte, anche con i propri organismi associativi, ad esempio a iniziative di monitoraggio civico sui dati di loro più stretto interesse pubblicati dalle amministrazioni.

Un altro aspetto del rapporto tra imprese e normativa in materia di trasparenza e anticorruzione è quello relativo alla nascita e al consolidamento del mercato di servizi offerti a partire dal riuso del patrimonio informativo pubblico. Tale mercato ha raggiunto dimensioni consistenti nei paesi in cui la politica di open data è più avanzata (si pensi al Regno Unito) mentre in Italia non è stata finora raggiunta una massa critica per fare degli open data un fattore di crescita economica. Il rilascio dei dati aperti trainata dalla domanda delle imprese attraverso l’organizzazione di momenti di discussione e confronto tra pubblico e privato potrebbe colmare tale gap.

Come prevedi che evolverà il tema della Trasparenza e dell’Anticorruzione? Per quanto attiene agli obblighi di pubblicazione, ci sarà una integrazione con gli Open Data o rimarranno sempre due declinazioni dell’Open government ben distinte? Le esigenze della privacy rallenteranno la diffusione degli open data?

L’integrazione di open data e trasparenza è stata rallentata dalle disposizioni normative che non hanno bilanciato con chiarezza le esigenze di privacy con quelle di pubblicità. Per eliminare le ambiguità sarebbe auspicabile un nuovo intervento normativo. Quest’ultimo sarebbe utile anche per semplificare gli obblighi di trasparenza. La semplificazione della trasparenza, infatti, consentirebbe di focalizzare l’attenzione delle amministrazioni su un pacchetto di informazioni rilevanti e aderenti alle specificità delle diverse tipologie organizzative piuttosto che su un catalogo omogeneo di centinaia di dati. Queste informazioni potrebbero essere rilasciate attraverso dataset aperti.

L’approccio al cambiamento dovrebbe essere, pertanto, più graduale e selettivo. Piuttosto che introdurre per legge centinaia di obblighi di trasparenza e decine di strumenti di prevenzione della corruzione, bisognerebbe investire sul rilascio di alcuni dati aperti a elevata rilevanza strategica il cui catalogo andrebbe ampliato gradualmente nel corso del tempo.

Per sostenere il cambiamento è importante che le norme siano solo una delle leve attivate dalla strategia di cambiamento promossa dal governo. Per promuovere integrità e trasparenza, infatti, è necessario lo sviluppo di progetti che consentano di aggirare i vincoli posti dalla frammentazione organizzativa e dal nanismo dimensionale che affligge larga parte delle amministrazioni, soprattutto a livello locale. In primo luogo, potrebbero essere colte le opportunità offerte dal cloud computing per la gestione associata dell’informatica. Poi bisognerebbe investire di più sui sistemi per la condivisione di buone pratiche. Cloud computing e buone pratiche potrebbero così sopperire alla carenza di infrastrutture e competenze che affligge larga parte delle amministrazioni in un contesto per di più caratterizzato dai tagli alla spesa.

Fabrizio Di Mascio è dottore di ricerca in Scienza Politica. Ha svolto attività di insegnamento presso le Università della Calabria e di Viterbo. I suoi interessi di ricerca sono focalizzati su better regulation, open government e performance management. Attualmente è funzionario presso l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC).

Le opinioni espresse sono esclusivamente personali e non impegnano in alcun modo l’ANAC. dimascio

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About Author

GIANLUCA VANNUCCINI

Ingegnere elettronico, dal 1999 al 2003 si occupa di ricerca e formazione, per Università ed Aziende di TLC nazionali, su reti IP di comunicazioni wireless ed ottiche. Nel 2002, presso gli IBM Zurich Research Laboratories, lavora allo standard per la qualità del servizio nelle reti WiFi (IEEE 802.11e), e nel 2003 è dottore di ricerca in Telematica e Società dell'Informazione all'Università degli Studi di Firenze. Da allora si occupa di innovazione nella Pubblica Amministrazione: eGovernment, data quality, open data, mobile government, app e e sistemi smart per il turismo ed i cittadini. E' autore di oltre venti pubblicazioni scientifiche e di settore, su riviste e conferenze internazionali e nazionali.

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