La dimensione pubblica dei social, questa sconosciuta…

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Un buon motivo per educare i “grandi”, prima ancora che i ragazzi, all’utilizzo dei social network e alla navigazione sul web è relativo alla diffusa ignoranza in merito alla natura di questi mezzi: spesso, infatti, tra gli utilizzatori e i frequentatori delle piazze sociali non c’è adeguata consapevolezza né conoscenza del luogo in cui si trovano.

Se cammini in una piazza, lungo una via o in aperta campagna, ti volti e vedi il contesto in cui sei inserito, ciò che ti circonda, chi passa e cosa accade. Nella realtà virtuale, invece, vedi lo schermo del pc o dello smartphone di fronte ai tuoi occhi, vedi le foto o le affermazioni di amici e conoscenti, leggi e interpreti, ma non vedi chi sta dall’altra parte, di fronte a un altro schermo, non sai in quanti ti guardano, chi sono, cosa fanno. E non immagini di essere in una piazza affollatissima, perché di fatto sei solo e non puoi toccare le persone che ti guardano. Ma in verità sei osservato da decine, centinaia o migliaia di occhi. Senza saperlo o forse sapendolo ma senza averne la percezione.

È questo uno dei grandi temi da affrontare per promuovere un utilizzo buono dei social network: prendere coscienza della loro dimensione pubblica. Il loro potenziale è impressionante, i social spesso consentono di raggiungere molte più persone di quanto sia possibile fare con altri mezzi di comunicazione. Ma occorre saperlo per trasformare questa potenzialità in un’opportunità. Spesso scriviamo, interloquiamo e ci esprimiamo sui social network come se fossimo soli o come se fossimo al bar con due o tre amici a far battute, dando sfogo a reazioni istintive o a considerazioni superficiali che, se ci trovassimo su un palco in mezzo ad una piazza piena di gente, non faremmo mai perché saremmo più attenti a ponderare le parole, a farsi capire, a verificare la veridicità di affermazioni chiamate ad affrontare il vaglio della folla.

Eppure rilasciare dichiarazioni sui social è proprio come farlo da un palco collocato in mezzo a una piazza piena di gente. Quante volte abbiamo visto scandali, dimissioni in vari contesti, scoop nati proprio da un utilizzo sconsiderato dei social network, su cui magari un consigliere comunale piuttosto che un giornalista o un cittadino si lascia andare ad affermazioni la cui gravità viene amplificata dal mezzo, dal suo essere piazza sociale e globale, dalla sua pervasività. E, di fronte a tutto questo, non è raro sentire il personaggio sul banco degli imputati dichiarare: “ma io facevo per ridere!” oppure “non credevo che una battuta potesse avere tutta questa risonanza!” o ancora “ma io mica pensavo che le mie parole potessero sortire questo effetto!”.

Già, eppure è proprio così: stare sui social network è come stare in una piazza che, soprattutto a fronte di certe dichiarazioni, improvvisamente diventa affollatissima, ti fissa e si concentra su di te. Senza che tu lo veda immediatamente. E la tua dichiarazione rimane lì, anche se la cancelli, perché magari qualcuno l’ha fotografata, la copiata e incollata, l’ha condivisa. Occorre prenderne consapevolezza per collegare la bocca e in questo caso anche le mani al cervello prima di premere i tasti della tastiera e pubblicare qualcosa. Pubblicare, appunto: rendere pubblico, metterlo a disposizione di un pubblico che sul web non è il vicinato o il giardino sotto casa ma potenzialmente è il mondo intero.

Capita che, in questa nostra ignoranza mediatica, a volte ci concentriamo su determinati argomenti: per esempio, può esserci un periodo in cui sui social parliamo solo di sport perché magari riteniamo che il mezzo non sia adatto per trattare altri temi più complessi. E magari dopo un po’ trovi fuori un amico, che non vedevi da un po’ di tempo, e ti senti dire: “però come ti sei fissato con lo sport! Non pensi ad altro!”, perché ha avuto a che fare con te solo attraverso Facebook o Twitter. E tu, che provi a spiegargli che “no, figuriamoci! Nella vita ho mille altri interessi e mi occupo di cose più belle e importanti, che forse proprio per questo non condivido sui social”, ti accorgi di colpo che a una vastissima platea, con cui hai modo di interagire solo sui social, non hai effettivamente parlato di altro. E lo stesso può accadere con altre materie: se non è lo sport, può essere che qualcuno in determinati frangenti di tempo tratti solo la politica o i temi della bioetica o la musica o altro ancora. E intorno a lui si diffonda la voce: “Tizio si è proprio fissato, pensa solo a quello!”. In realtà, Tizio magari pensa, vive e parla anche di altro nella sua sfera privata ma sui social, dove privato e pubblico si intersecano e spesso si confondono lungo un confine labile e invisibile, si è espresso solo e continuamente su un concetto, ha trasmesso messaggi unilaterali, ha dato un’immagine di sé che non corrisponde alla realtà più poliedrica che vive in quel momento.

Tutto questo non è giusto o sbagliato. È semplicemente così. Ed è bene saperlo per avere la consapevolezza del contesto in cui agiamo, operiamo, parliamo. Non si può pensare di tuffarsi in mare in giacca e cravatta o di andare a lavoro in mutande. Bisogna sapere dove ci si trova. Poi ognuno agisce liberamente e nel modo in cui crede, sempre nel rispetto degli altri, ma è meglio farlo coscienti di sé, degli altri, della piazza in cui ci si incontra, sia essa sociale o virtuale.

 

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RICCARDO CLEMENTI

Giornalista, addetto stampa, scrittore, opera nel settore della comunicazione aziendale. Ha pubblicato opere di argomento sportivo come l’ebook 30. Sul campo, nella vita e il cartaceo Generazione Juventus. Storia di un gruppo di ragazzi innamorati della Vecchia Signora (Urbone Publishing) e due volumi sul tema della spiritualità nel mondo giovanile: Quando una pedalata ti cambia la vita. Due pontassievesi in sella verso Santiago (Comunità dei Figli di Dio) e Noi, pellegrini del nuovo millennio. Due pontassievesi in sella verso Colonia (Editrice Cattolica Sion). Nel 2013 ha narrato la vita di La Pira nel libro La forza della speranza. Giorgio La Pira, storia e immagini di una vita, il più ampio repertorio di immagini fotografiche sul “Sindaco Santo” (Polistampa). Nell’ottobre 2013 ha pubblicato per Mauro Pagliai il libro Dio è giovane! Settanta volte sette buoni motivi per crederci, un saggio che propone 70 riflessioni sul tema del Dio giovinezza dell’umanità. Nell’aprile 2015 ha fornito contenuti e informazioni per il libro Un viaggio in Toscana. La via della geotermia: dalla Val di Cecina all’Amiata (Effigi Editore). Nel luglio 2015 ha pubblicato con Mauro Pagliai il libro Il Contadino 2.0. Tutte le T della Toscana: dalla Terra alla Tavola passando per il Tablet che, partendo dalla storia di un giovane allevatore della Valdisieve, racconta come l’incontro tra antichi mestieri, innovazione tecnologica e nuovi mezzi di comunicazione possa tracciare la strada per uno sviluppo sostenibile e per una nuova ecologia umana. *** Tutti gli articoli indipendentemente dai giorni e dalle ore di pubblicazione, vengono composti nelle ore di ispirazione notturna o all'alba, fuori da ogni orario di lavoro e altri impegni, e costituiscono la personale opinione del sottoscritto.

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