Per la prima volta anche in Italia si è celebrato il World Speech Day

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Una parola non è soltanto inchiostro su carta, le parole hanno un valore, un peso, un’identità. Forse il digitale è l’ambito dove in assoluto è stato sdoganato il silenzio. E spetta forse alle PA che hanno l’obbligo/dovere di comunicare (servizi, valori, pensieri, ecc..) guidare l’uso della parola digitale verso l’etica dell’apertura e lontana dall’odio.

“La chiave di una civile convivenza sta nei discorsi che possono ispirare la crescita, nella comunicazione e nel reciproco scambio di idee, nella necessità di creare con la parola ponti tra gli uomini” – così Armando Cristofori, ambasciatore italiano del World Speech Day a Palazzo Vecchio, Firenze. Firenze quest’anno è capofila delle iniziative per la giornata mondiale della parola che si è ufficialmente celebrata ieri. Furono le Nazioni Unite a sentire l’esigenza di indire una giornata per riflettere sul valore della parola: era il settembre 2015, circa 80 gli eventi organizzati negli Stati aderenti. Oggi, a distanza di soli 3 anni, sono state coinvolte più di 100 Nazioni con 600 eventi e per la prima volta c’è anche l’Italia con la città di Dante. Una scelta non casuale: non solo perché Firenze ospita istituzioni della lingua italiana come l’Accademia della Crusca, non solo perché a Firenze Manzoni venne a sciacquare i panni in Arno, non solo perché scelta come simbolo universale per l’importanza della parola negli ambiti della gioventù, del business e del mondo gourmet. Non solo per questo ma alla luce di questo.

“La città in cui è nata la lingua italiana (e) che (anche) recentemente ha visto aspre contrapposizioni su casi violenti di cronaca” – ha specificato Cristofori affrontando il tema dell’hate speech e affermando, senza mezzi termini, che “in nessun Paese europeo, e persino in ambito globale, l’hate speech sta raggiungendo livelli paragonabili a quelli attuali italiani. Negli ambiti più diversi, dalla politica allo sport fino alla cronaca, il rancore e l’odio che circolano sui social network stanno mettendo a nudo le profonde divisioni fino a poco tempo fa rimaste sopite del Paese e la loro virulenza sta arrivando vicino a soglie pericolose”.

Orizzonatale-Manifesto-della-comunicazione-non-ostileTra il febbraio e il maggio dell’anno scorso, per volontà di rappresentati istituzionali, giornalisti, opinionisti, scrittori, ecc, ecc, è nata la riflessione che ha portato al Manifesto della comunicazione non ostile. Un documento con centinaia di firmatari nato in Rete per la Rete. Tra i vari principi elencati c’è ne è uno che merita grande attenzione: “Le parole sono un ponte”. Un ponte per capire, ascoltare e farsi ascoltare. Un ponte che può e deve riscattare questo meraviglioso ambiente del comunicare che è Internet e la Rete. Un ambiente – purtroppo – sempre più viziato.  Tra comunicare e saper comunicare ci passa un mondo, ci passano tutti quegli studi di comunicazione partiti dall’idea che tutto si limitasse a mittente, messaggio, ricevente sono giunti alla constatazione che nella comunicazione siamo in due e l’ascolto e la parola sono due facce della stessa medaglia. Un messaggio è una condivisione e “condividere è una responsabilità” – principio n.7 del Manifesta della Comunicazione Non Ostile.

Giornate dedicate alla Parola come il World Speech Day mirano proprio a fare della parola stessa una condivisione e quindi una responsabilità condivisa.

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Giulia Rafanelli

Giornalista e social media manager. Un romanzo all’attivo, da Sky Tg24 a Toscana Tv, sono cresciuta a pane e cronaca, poi ho integrato con verdura e social media. Una laurea magistrale all’Università di Urbino, collaborazioni sparse per il web, qualche master e vari corsi di aggiornamento. Curiosa per DNA, affascinata dall’attualità, dalla robotica e dal digitale. Nella prossima vita vorrò fare l’ingegnere aerospaziale. Intanto osservo e racconto il mondo. Attualmente in forze alla comunicazione pubblica.

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