Il nuovo Museo Novecento di Firenze raccontato da “quelli del multimediale”

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La città di Firenze ha aperto da poco il suo Museo Novecento. Lungi da me la volontà di inserirmi nelle descrizioni già meravigliosamente perfette che sono state date del Museo e delle sue opere, nonché del suo livello di innovatività nella lettura del Novecento italiano, in questo numero di Caffè Digitale mi preme invece raccontare l’esperienza di mettere in piedi un Museo multimediale in una città come Firenze.

Sin dall’inizio il Comune ha voluto impostare l’opera con un taglio ben preciso: le opere “fisiche” dovevano essere “by design” un tutt’uno con le opere cosiddette “multimediali”, pensando ad una esperienza immersiva di suoni, video, luci, app e opere fisiche.

Sin dalle prime riunioni, fatte nella “sala degli specchi” di Via Ghibellina (sede della Direzione Cultura, Turismo e Sport), si sono create diverse “squadre”: quella degli “architetti”, quella dei “tecnici impiantisti”, quella degli “elettricisti”, quella degli “arredi”, quelli della “grafica e comunicazione” e poi un fluido ectoplasmatico denominato “quelli del multimediale”.

 

Gli appartenenti al gruppo “Quelli del multimediale” erano inizialmente visti un po’ da tutti con diffidenza dai classici addetti ai lavori di ristrutturazioni architettoniche di edifici storici. Sia perché nessuno al momento, diversi mesi fa, sapeva immaginarsi cosa avrebbero prodotto, sia perché i famosi “contenuti multimediali” apparivano all’epoca come un qualcosa di etereo, di difficilmente misurabile e stimabile e forse difficilmente comprensibile in termini di stato di avanzamento lavori degli esperti di opere pubbliche.

 

E sin dall’inizio l’Amministrazione Comunale ha preferito affidare direttamente a dipendenti del Comune e ad un gruppo ristretto di associazioni o società partecipate del Comune la progettazione, l’ideazione e la pianificazione delle installazioni degli impianti multimediali, dei sistemi telematici e del sistema di contenuti.

 

Io stesso – non appena ci è stata presentata l’opera ciclopica che avevamo davanti, il budget disponibile, ed i tempi strettissimi – non nascondo di aver avuto bisogno di parecchio sforzo di immaginazione per auto-convincermi che, in fondo in fondo ma proprio in fondo, potevamo farcela.

E’ quindi successo che, in parallelo al lavoro a ritmi serratissimi di architetti, imbianchini, falegnami, arredatori, si è avviato un lavoro “sul multimediale” che ha permesso a colleghi di direzioni diverse (IT, cultura, turismo), di intraprendere un’avvincente avventura che è iniziata pianificando un sistema di gestione di contenuti digitali che riusasse al massimo quanto già si stava facendo in altri progetti, e costituendo una vera e propria redazione di contenuti, che alla fine ha prodotto oltre 5GB di foto, video, testi, che sono stati inseriti nel famoso magma del “multimediale”.MuseoNovecento1

Come detto, il Museo doveva presentarsi al visitatore sia con oggetti fisici che con “esperienze”  supportate da dispositivi digitali.

 

E quindi, è stato tutto un susseguirsi di progettazioni di docce sonore, proiettori con plexiglas, monitor  vintage, monitor touch, e tablet come se piovesse.

 

I tablet, disseminati un po’ ovunque nel Museo, sono stati pensati con un molteplice approccio.

 

Il tablet viene visto innanzitutto come strumento “esplorativo” classico: entro al Museo, mi viene  fornito il tablet con la app-guida, e visito il Museo con la guida sulle opere sezione per sezione.

 

Il tablet diventa uno strumento  “esperienziale”: la guida contiene un racconto del Novecento – denominato “Dentro il Novecento” che rivede le opere, gli stili, e gli artisti suddividendoli per temi ed assonanze, con un excursus originale e innovativo nato dalla creatività della curatrice scientifica del Museo.

 

Il tablet viene visto come strumento di “relax”: mi siedo davanti ad un’opera, sulle tasche della seduta mi trovo il tablet e posso leggermi gli approfondimenti di quell’opera o un racconto di quel periodo da parte dell’artista.

 

Il tablet diviene infine un elemento estetico “decorativo”: il tablet fissato in un incasso della parete che propone video come se fosse un monitor passivo, ma si lascia anche “toccare” per offrire al visitatore altri contenuti in modalità interattiva o il tablet su colonna che, nell’affrescata sala, mi permette di scorrere un secolo allo specchio.

 

Ma oltre all’esperienza utente, che è principe in questi casi, a noi “geek” non può non appassionare ciò che sta dietro ai tablet, anzi ciò che vi sta dentro.

 

Perché il sistema che abbiamo messo in piedi, con il contributo dei Fondi POR-CREO 2007/2013 (con il progetto PIUSS – Sistema Informativo Città dei Saperi), è costituito da una piattaforma di gestione e inserimento contenuti (basata su Drupal), che ha permesso ai redattori  di cui sopra di caricare l’enorme mole di materiali multimediali prodotti, suddividendoli per temi, per sezioni, e sottosezioni, e da un insieme di app “polimorfiche” che di fatto permettono di avere un oggetto su un tablet che, all’occorrenza, si trasforma nelle diverse vesti che ho descritto poco sopra.

 

Quelle stesse app polimorfiche permettono anche ai contenuti digitali inseriti nel sistema di trasformarsi in una app per monitor touch, che danno al turista la possibilità di navigare in contenuti su mappa della città relativi alle Istituzioni ed alle Architetture del 900 a Firenze.

 

Infine, last but not least, si è pensato ai bambini che devono accompagnare i genitori nella visita, che entreranno magari poco entusiasti rispetto all’ingresso in un parco divertimenti, ma scopriranno invece con loro sorpresa che potranno giocare con app contenenti puzzle sulle opere, il classico e intramontabile “colora l’opera”, e a breve potranno cimentarsi anche in una vero e proprio gioco a spasso nel Museo fra le gambe di mamma e papà.

 

E’ stato così che, in parallelo all’immane lavoro di artisti e curatrici scientifiche, di architetti, di imbianchini, di falegnami, e di arredatori con cui ho vissuto l’avventura delle ultime frenetiche 48 ore precedenti l’apertura, il Museo brulicava di tecnici del suono, di “configuratori di tablet”, e di sintonizzatori di proiettori e di display su plexiglas.

MuseoNovecento2

Insomma, è stata davvero un’avventura avvincente, fatta da tantissimo pragmatismo, forza di volontà, e un grande gioco di squadra fra le persone in campo.

E’ un racconto di passione, di stress, di litigate fra colleghi e fra fornitori per i tempi ed i rilasci che slittavano inesorabilmente, ma soprattutto è un racconto di come si possa arrivare a creare un qualcosa che associa ad un Museo vero dei contenuti virtuali con strumenti open source e altamente riusabili.

Si perché l’altra “figata” del sistema IT messo in piedi è la sua estrema riusabilità. Non sarà difficile adattare quanto realizzato ad altre location digitali in città, con gli stessi strumenti ed anche con la stessa redazione di colleghi che si è conosciuta ed apprezzata a vicenda in questi mesi.

Sarà infatti un peccato non ri-applicare questo tesoro di relazioni umane fra colleghi e di strumenti realizzati in altre occasioni per rendere la città sempre più smart per i residenti, turisti, e bambini che la vogliono vivere e apprezzare ed anche per coloro che, come noi, sono oggi grazie a ieri pronti al gioco di squadre (il plurale non è un errore)

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GIANLUCA VANNUCCINI

Ingegnere elettronico, dal 1999 al 2003 si occupa di ricerca e formazione, per Università ed Aziende di TLC nazionali, su reti IP di comunicazioni wireless ed ottiche. Nel 2002, presso gli IBM Zurich Research Laboratories, lavora allo standard per la qualità del servizio nelle reti WiFi (IEEE 802.11e), e nel 2003 è dottore di ricerca in Telematica e Società dell'Informazione all'Università degli Studi di Firenze. Da allora si occupa di innovazione nella Pubblica Amministrazione: eGovernment, data quality, open data, mobile government, app e e sistemi smart per il turismo ed i cittadini. E' autore di oltre venti pubblicazioni scientifiche e di settore, su riviste e conferenze internazionali e nazionali.

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