Dai giardinetti di Italia ’90 ai social di Brasil 2014. Mezzi diversi, stessa missione: unire i popoli con lo sport

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Si apre il sipario, lo spettacolo abbia inizio: questa sera alle ore 22:00, a San Paolo, si apre Brasil 2014 con i padroni di casa verdeoro che sfidano la Croazia. I Mondiali: un sogno per i miliardi di bambini che da ogni parte del mondo, in una metropoli piuttosto che in un villaggio sperduto, su uno schermo al plasma piuttosto che su una tv sgangherata, assistono alle gesta dei campioni di calcio immaginandosi un giorno a calpestare quel prato verde per sollevare al cielo la coppa più importante del mondo.

Ci sono tante ingiustizie in ogni manifestazione planetaria: la povertà di tante favelas brasiliane al fianco dei fasti del Mondiale sono una delle contraddizioni di questa edizione, come già accaduto in Sudafrica nel 2010 e in tanti altri luoghi del mondo. Un tema che deve suscitare una riflessione profonda sul modo in cui vengono utilizzati denari per eventi sportivi internazionali che, proprio in certe occasioni, potrebbero forse essere gestiti meglio anche per scopi sociali. È anche vero però che il gioco del calcio è forse lo sport che più di ogni altro sa unire grandi e piccoli, popoli e nazioni: in questi giorni in Brasile tutto il mondo si incontra pacificamente e fa festa. Il calcio può generare pace e benessere e può essere un’occasione di riscatto: stasera qualche bambino in un anfratto del mondo, che magari dribbla come birilli gli amichetti su una strada di cemento o in mezzo alle baracche, assisterà a una partita che tra una ventina di anni sarà lui a giocare.

Per questo i Mondiali hanno un valore educativo altissimo, tutto dipende dall’uso che se ne fa. Quelli di Brasile 2014 saranno i Mondiali più social di sempre: il migliore in campo di ogni match sarà scelto con twitter, i profili ufficiali delle Nazionali e dei giocatori cinguetteranno continuamente così come quelli di milioni di appassionati commenteranno e  racconteranno le mille sfaccettature dei Mondiali attraverso gli hashtag dedicati. Un’opportunità straordinaria per dare un messaggio di  bellezza e di speranza al mondo, di creare relazioni, di dare il buon esempio: sì, il buon esempio, perché non c’è bisogno di scrivere o fare chissà cosa. Ci auguriamo che le gesta memorabili siano solo quelle balistiche che offrirà il campo, gli scandali e gli scalpori gossippari vorremmo fossero i primi sconfitti della manifestazione. I calciatori, ma anche ogni uomo e donna che twitterà sui Mondiali, si ricordi che miliardi di bambini ci guardano. Evitiamo le offese, le polemiche fini a se stesse, le volgarità: da stasera utilizziamo i social network come il calcio migliore, quello che unisce e regala spettacolo.

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I miei primi ricordi dei Mondiali sono legati alle mitiche notti magiche di Italia ’90: avevo sette anni e mezzo, i Mondiali a casa nostra, mamma mia che storia! Di quell’evento ricordo ogni dettaglio, tutte le partite dell’Italia, i marcatori e dove le ho viste. Segno che nella mente di un bambino tutto questo rimane. Segno che i Mondiali possono e devono dare un messaggio positivo ai bambini di tutto il mondo. Come auspicio che i Mondiali di Brasile 2014, sul campo e sui social, siano seme di speranza riporto di seguito il capitolo del mio ebook “30. Sul campo. Nella vita”, poi diventato il libro cartaceo “Generazione Juventus”, in cui si parla dei Mondiali ’90. Allora juventini, fiorentini, tifosi e bambini di ogni nazione ed estrazione sociale si univano nei giardinetti dei loro paesi per emulare le gesta di Schillaci, Maradona, Mattheus, Lineker e del mitico Roger Milla che agli ottavi di finale beffò il povero Highita. Oggi, sperando che nei giardinetti i bambini continuino a giocare baciati dal sole e dall’entusiasmo tipico dell’infanzia, a connettere ancora di più e in tempo reale tutto il mondo pensano i social. I mezzi sono diversi e complementari, la missione è sempre la stessa: unire i popoli attraverso lo sport.

Siamo una generazione cresciuta a pane e Juventus tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. Un tempo in cui vincevamo poco e niente.  Eppure lo abbiamo fatto e lo abbiamo fatto divertendoci e sporcandoci le ginocchia, strappandoci i pantaloni per inseguire un pallone nei giardini, sui campetti di cemento e di terra, nel salotto di casa e in mezzo a una strada. Addirittura, con il mio caro amico Andrea, i cui genitori hanno un’azienda di pelletteria, giocavamo spesso nei pressi della fabbrica – ovviamente fuori dagli ambienti e dagli orari preposti al lavoro – utilizzando come porta da calcio l’entrata del montacarichi. Della serie, non importa dove e come, quel che conta è giocare a calcio. Naturalmente sempre con la maglia della Juventus sulle spalle. Che senz’altro ci ha ispirato nelle nostre fantasiose peripezie calcistiche.

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Il gruppo di noi juventini pontassievesi abitava principalmente nel quartiere de “I Villini”, zona nuova del paese, a sud del centro storico, costruita negli anni ’60 e sviluppatasi a partire dagli anni ’70. Come ogni cittadina italiana che si rispetti, nella toponomastica rifletteva i delicati equilibri della Guerra fredda che in Italia erano particolarmente evidenti per la strana democrazia tricolore, caratterizzata da una Democrazia Cristiana ininterrottamente al governo dal 1948 e punto di riferimento in Europa per gli Stati Uniti e da un Partito Comunista molto strutturato, che costituiva la cosiddetta quinta colonna di Mosca e dei Paesi oltre la cortina di ferro i quali avevano nel comunismo italiano un sicuro interlocutore collocato nel cuore dell’Occidente. Ecco, tradotto in soldoni l’ingresso del mio condominio si trovava in piazza Washington collegata a via Londra e a via Parigi mentre il mio balcone situato sul retro dava su piazza Mosca su cui si affacciava via Varsavia. In mezzo alle due piazze, via Praga. Una toponomastica da servizi segreti; pareva di stare nel seno dell’Europa calda, al centro del mondo e delle due superpotenze statunitense e sovietica che “dialogavano” a suon di minacce che erano al contempo pericolo e deterrente per il pianeta. Probabilmente il consiglio comunale di Pontassieve, da sempre rappresentato da una maggioranza comunista, come ogni Comune della Toscana rossa degno di tale nome, e da una organizzata opposizione democristiana, aveva raggiunto questo compromesso spartendosi le vie della parte nuova del paese al pari di una mappa geografica, chissà se per ragioni di affermazione della rispettiva potenza o per auspicio di un mondo che pian piano potesse avviarsi verso la serenità e l’unità al pari del ridente quartiere de “I Villini”. In realtà, almeno per un po’ di tempo della nostra infanzia il mondo rimase diviso e fu semmai il mitico agglomerato urbano de “I Villini” – ovviamente con le dovute proporzioni – a conformarsi al rischioso crinale est-ovest su cui camminavano l’Europa e il pianeta. Ecco come: in piazza Washington e nel cortile del condominio, in cui risiedevo, si ritrovavano gli amici juventini del 1982 ed anche un po’ di altri bambini, anch’essi nati nel glorioso ’82, i quali, pur non essendo bianconeri, avevamo “benevolmente” accolto dall’alto della nostra magnanimità e signorilità juventina; piazza Mosca e il cortile che dava su via Varsavia e via Praga erano invece frequentati dai ragazzi un po’ più grandi, nati perlopiù nell’80, a cui si aggiungevano un gruppetto di bambini del 1983, quasi tutti fiorentini. Una divisione che rifletteva età e tifoserie: 1982 contro resto del mondo oppure juventini contro tutti. Le due fazioni erano divise da una siepe che separava i due cortili. Inizialmente la rivalità era limitata a sguardi che da dietro la siepe si scrutavano e si studiavano guardinghi. Poi, anche per il fatto che noi dall’altra parte eravamo più creativi e scatenavamo la loro gelosia organizzando tantissime iniziative, quali mercatini, olimpiadi dei bambini, gare di macchinine,  giochi in scatola e via dicendo, la fase di studio si trasformò in inimicizia più manifesta anche se ancora limitata a qualche schiamazzo lanciato da un cortile all’altro. La differenza era che loro urlavano, noi agivamo ed eravamo più astuti. Per far traboccare il vaso bastò la famosa goccia: alle loro urla, rispondemmo dicendo che noi eravamo “I Villini”, ovvero il gruppo che era degno di portare il nome del quartiere, mentre loro erano i “Porcini”, che all’età di sei/sette anni ci pareva un’offesa significativa. Non la presero bene e replicarono dicendo che “I Villini” erano loro. Eh no, cari amici, rispondemmo: i Villini siamo noi, perché il giochino lo abbiamo inventato noi, il nome ce lo siamo presi prima noi e le iniziative parlano a nostro pro. Portateci i fatti, che non avete, e apriremo la discussione. La questione divenne ben presto un fatto paesano ed i bambini di zone e vie un po’ più lontane si avvicinarono interessati nei nostri paraggi per capire cosa stesse accadendo nei mitici cortili tra piazza Washinton e piazza Mosca, nomi evocativi che rendevano il quadro degno di un film americano. Vista la portata che stava assumendo la faccenda, ed i riflettori di tutto l’universo infantile di Pontassieve puntati su di noi, decidemmo di fare i signori e di mettere in palio il titolo de “I Villini”. Formammo una delegazione e andammo a trattare con la parte avversa; dato che il clima odorava di guerra, così come i nomi delle vie in cui giocavamo la contesa, convenimmo che ci saremmo sfidati a cerbottane. Del resto, era molto più saggio tirarsi fiondate di stucco tra noi bambini piuttosto che indirizzarle alle auto, come facevamo di solito quando in una ventina ci piazzavamo dietro al muretto che separava il cortile dalla strada per sparare a raffica al passaggio di una vettura con i finestrini aperti. Roba da far sbandare anche un tir e infatti spesso alla brusca frenata del conducente seguiva la fuga a gambe levate da parte nostra con il tizio o la tizia sbraitanti a correrci dietro. Insomma, la guerra di cerbottane aveva il duplice pregio di farci desistere da un’attività al limite dell’estremo pericolo, quale fiondare una cinquantina di pallini di stucco nel volto di un povero autista, e di sfidarci per la conquista del blasonato titolo de “I Villini”.

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Chi avesse perso, sarebbe stato “I Porcini” senza possibilità di appello o di rivincita. Ovviamente, non andò così: la guerra fu sentitissima e combattuta, trionfammo noi dimostrando doti da strateghi non indifferenti. Ma, dato che tutti ci avevamo preso gusto, le rivincite ci furono eccome. Tantissimi bambini di altri quartieri bussavano per partecipare, ma le regole del gioco erano chiare: partecipava chi faceva parte dei due gruppi. Gli altri stavano a vedere e si godevano una battaglia che era a dir poco spettacolare: bambini nascosti tra i cespugli, altri arrampicati sugli alberi, agguati improvvisi nel territorio nemico, soprattutto prigionieri che venivano legati e a cui veniva spezzata la cerbottana di fronte agli occhi (il più grosso disonore per un cerbottanaro…) e via dicendo. Vinceva chi conquistava il cortile nemico fino a costringere gli altri ad alzare bandiera bianca con la dichiarazione ufficiale “ci arrendiamo”. Il gioco si protrasse fin quando tutti gli attori in campo rimasero leali: peccato che ai nostri nemici pesasse molto perdere praticamente sempre e dover ammettere di essere “I porcini”, che a pensarci bene era pure un complimento. Avremmo dovuto dar loro qualche nome di fungo velenoso. Il veleno, infatti, si nascondeva nel colpo di coda: durante l’ennesima guerriglia, in cui stavamo dominando e in cui eravamo sul punto di vincere dato che li avevamo circondati e presi alle spalle arrivando da punti diversi, apparvero all’improvviso almeno una decina di ragazzi del 1980, che a volte frequentavano quell’ambiente ma non assiduamente come gli altri nati nell’80’ che avevano preso parte fino ad allora alle guerre di cerbottane, evidentemente senza successo. Questi nuovi soggetti, non avendo mai partecipato, erano per noi da ritenersi fuori partita. Sul momento pensammo che scherzassero, ma quando presero con la forza un paio dei nostri “uomini”, rompendo loro la cerbottana, capimmo che la faccenda era più seria del previsto. Provammo a replicare facendo osservare che, secondo le regole condivise tra le parti, i nuovi arrivati non potevano giocare. Non lo avevano mai fatto. Ma nel bel mezzo di una battaglia, mentre cinque o sei energumeni di otto anni, quando tu ne hai sei, ti rincorrono, non è facile intavolare una discussione. Fu un momento drammatico, una diaspora per noi che ci disperdemmo dappertutto. Il nucleo juventino del nostro gruppo, però, probabilmente per la telepatia bianconera che ci teneva in dialogo, si diresse tutto verso via Parigi. Ci trovammo quasi per caso sotto casa di Dario, uno dei miei amici juventini doc di cui ho parlato nel capitolo precedente: gli oppressori erano vicini, non ci fu modo di pensarci troppo, salimmo per le scale e poi in casa di Dario, chiudendoci il portone alle spalle. Eravamo io, Dario, Carlino e Marchino. Gli altri esultavano in mezzo alla via, dicendo che la ritirata di noi che eravamo i capi de “I Villini” significava bandiera bianca. Non sapevano con chi avevano a che fare. Quando, tra le offese che volavano e che arrivavano alle nostre orecchie, ne sentimmo una del tipo “gobbi inferiori e sconfitti”, non ci vedemmo più dalla rabbia. Dario aprì il frigorifero e tirò fuori una trentina di uova; probabilmente sua mamma aveva intenzioni culinarie serie. Per la gioia della cuoca, nei venti secondi successivi dalla finestra di Dario partì una scarica di uova tipo mitragliatore automatico che, oltre a rifare il look a qualche “Porcino” un po’ lento, fece sparpagliare tutti i nemici i quali, festanti, si erano illusi troppo presto di aver avuto la meglio. Ci precipitammo giù immediatamente per riprenderci il campo, ma tutte quelle uova avevano richiamato l’attenzione dei passanti, molti dei quali ci conoscevano. In pochi minuti i nostri genitori erano avvertiti: mio babbo arrivò col passo sicuro di quando era particolarmente arrabbiato, mi fece una ramanzina davanti a tutti, poi brontolò tutti i presenti perché a suo dire nessuno di noi aveva senso del limite e infine, dall’alto dei suoi 185 centimetri ma soprattutto della sua autorevolezza da professore di lettere, decretò finito il gioco. “Tutti a casa” urlò due o tre volte, mi prese per un braccio e mi strattonò dietro di sé: io in realtà ero felice perché, grazie al suo intervento, nessuno aveva pronunciato il fatidico “ci arrendiamo” e la battaglia era pari e patta. Considerato come si erano messe le cose, quasi una vittoria per noi che peraltro conservavamo il titolo de “I Villini”. Dopo quell’episodio, che era soltanto l’ultimo di una lunga serie di esagerazioni, molti altri genitori di bambini di entrambe le fazioni intervennero in modo energico, facendo capire che avevamo oltrepassato il limite e che per un po’ di tempo sarebbe stato meglio riporre le cerbottane su qualche scaffale per dedicarci ad altro.

 1990 World Cup Finals, Rome, Italy, 19th June, 1990, Italy 2 v Czechoslovakia 0, Italy's Roberto Baggio on his way to scoring his side's second goal

Ovviamente l’altro non poteva che essere il calcio. Piazza Washington accoglie al centro uno spazioso giardino in cui gli alberi sui lati costituiscono una sorta di recinto, quasi una delimitazione naturale di un campo da gioco. La sfida si trasferì così dal cortile alla piazza: ci rifiutammo, però, di confrontarci con i “Porcini” del 1983 sia perché a molti di loro il calcio non piaceva, sia perché avevano tradito le regole della guerra di cerbottane, dimostrandosi pusillanimi e poco corretti. Meglio andare direttamente da chi aveva fatto le loro veci nell’ultima battaglia: i ragazzi del 1980, quelle pertiche di bambini che erano il doppio di noi per altezza e stazza. Quella sì che era una bella scommessa! Lanciammo loro il guanto della sfida, sorrisero un po’, poi accettarono. Volevano però togliersi il dente subito. Pretendemmo invece di pattuire una data per avere il tempo di organizzare la squadra. Accettarono e fissammo il mese successivo. Trascorremmo il resto dell’estate – ovvero il tempo che ci separava dal giorno della grande tenzone – ad allenarci, per l’occasione guidati da un simpatico e intelligente ragazzo del 1975, Simone, che abitava nel mio condominio e  che d’estate, all’età di 13 anni, si divertiva a giocare con noi con il ruolo di animatore. Gli allenamenti furono massacranti e chi per sbaglio chiamava per nome Simone, anziché definirlo “mister”, si beccava la dose aggiuntiva di trenta piegamenti e altrettanti addominali. Quando arrivò il giorno della partita, a cui assistevano ovviamente tantissimi bambini e anche diversi adulti, eravamo in grande forma. Tra i pali c’era il grande Andreino Pinzauti, anch’egli residente nel mio condominio, tre piani sopra la mia abitazione: dato che era un estremo difensore un po’ improvvisato, non aveva i guanti da portiere e si presentò con i guanti da cucina scatenando l’ilarità generale e soprattutto le prese di giro dei nostri avversari. Non sapevano cosa facevano, ma lo capirono poco dopo quando in campo eravamo più organizzati di loro anche se più piccoli. Il gap fisico era colmato dalla nostra sagacità tattica, disputammo un grande match che si concluse sul 2-2. I rigori furono una sofferenza ma l’ironia della sorte volle che il mitico Andreino neutralizzasse – quasi per sbaglio e a occhi chiusi, diciamocelo – l’ultimo penalty calciato dal loro giocatore più rappresentativo, lasciando all’amico Marco Ferrini l’onore e l’onere del match point. Avevano infatti cominciato gli altri la serie dei rigori, quindi toccava a noi concludere. Fino a quel momento tutti i tiri dal dischetto erano stati realizzati, eccetto l’ultimo da parte dei rivali. Un silenzio quasi di tomba si posò sulla piazza, Marco capì la solennità del momento e decise di non rovinare la festa sul più bello: rincorsa breve, palla da una parte e portiere dall’altra. Eravamo “I Villini” anche a calcio! Di quella giornata memorabile conservavo una foto di squadra bellissima, che ci aveva scattato un genitore prima del match. Come una vera squadra, eravamo disposti alcuni in piedi ed altri accosciati, entusiasti di disputare una vera partita. Peccato che il 29 agosto 1999, dopo un irritante 1-1 casalingo alla prima giornata di campionato contro la Reggina per effetto delle reti di Inzaghi per noi e di Kallon per i calabresi, mi fu messa quella mitica foto in mano da un amico a cui l’avevo prestata. Preso dalla rabbia per quel pareggio casalingo, ritrovandomi tra le mani una foto che parlava di calcio, la strappai. Forse uno dei gesti più brutti che abbia mai fatto nella mia “carriera” di tifoso.

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Di fatto, come avvenuto per le cerbottane, anche a quella partita seguirono altre sfide, i mesi successivi e l’estate seguente, anche se meno emozionanti rispetto alla prima. Ma la passione ovviamente non mancava mai, anche perché si avvicinavano i mitici “Mondiali ’90”: un evento incredibile che si giocava in Italia, per un bambino di poco più di sette anni era un sogno che si materializzava di fronte agli occhi. Fu proprio nella Primavera che precedeva i Mondiali italiani che conobbi Francesco, juventino doc, anch’egli citato nel capitolo precedente, con cui poi sono diventato amico inseparabile. A presentarmelo fu Carlino, che era in classe con lui. Ricordo ancora la scena: eravamo ovviamente in piazza e ci stavamo allenando per l’ennesima sfida contro i ragazzi dell’80; ad un certo punto una Fiat Panda rossa parcheggia sul lato della piazza dove stavamo giocando, Carlino ferma il gioco e mi invita ad andare con lui verso l’auto, dal cui sedile posteriore scende un bambino minuto ma ben piazzato. “Questo è Francesco, un bel difensore per la nostra causa” mi dice Carlino, presentandomi il bambino che ci sta di fronte. Gli porgo la mano e lui, senza neanche pronunciare il suo nome, mi dice: “piacere, chiamami pure De Agostini”. Un sorriso grande come una finestra spalancata fu la mia risposta. Musica per le mie orecchie erano quelle parole, che mi facevano capire in un sol colpo che Francesco era juventino, per di più affezionato ad uno dei giocatori che anche io preferivo. Fummo subito in sintonia, i suoi genitori che lo avevano accompagnato furono ben lieti di lasciarlo con noi e il sodalizio dei ragazzi della mitica piazza Washinton, ma soprattutto della compagnia bianconera, si allargò con un nuovo membro.

I giorni passavano, le sfide proseguivano senza perdere di intensità. Ad aggravare la tensione tra juventini e fiorentini arrivò, il 18 maggio 1990, l’annuncio dell’acquisto della Juventus di Roberto Baggio, prelevato dalla Fiorentina all’incredibile cifra di 25 miliardi di lire. A Firenze successe il finimondo (vedi cap. 15), per noi juventini invece fu una gioia immensa: avevamo comprato il giovane più talentuoso del calcio italiano, 23 anni e una classe infinita, oltretutto strappandolo ai nemici di sempre! Ma se per molti fiorentini adulti la ferita rimase aperta per molto tempo, deteriorando ancora di più il già pessimo rapporto tra tifosi bianconeri e viola, per noi bambini l’avvento dei Mondiali 1990 significò mettere in parentesi ogni rivalità per stringerci intorno alla nostra Nazionale.

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Sì, è proprio così: i Mondiali ’90 riuscirono ad unire tutti noi bambini – ma anche molti adulti – per vivere delle “notti magiche sotto il cielo di un’estate italiana”, come cantavano Gianna Nannini ed Edoardo Bennato nella vibrante canzone che fu l’inno della manifestazione. Ancora oggi ripensare alla cerimonia di apertura, ideata e diretta da Pietro Zuffi allo stadio Meazza di Milano, mi fa venire i brividi: un altro mondo, un altro calcio, forse anche un altro entusiasmo un po’ più genuino. Era l’8 giugno 1990, quel giorno fremevo dalla mattina in attesa dell’inizio dell’attesissimo “Italia ‘90”. Mi ero allenato con l’album Panini dei Mondiali, che era seguito a quello della Serie A per la gioia di mia madre, mi ero affezionato alla mascotte “Ciao”, quel simpatico calciatore stilizzato a cubetti tricolore che palleggiava e che scomposto formava il nome Italia; avevo poi giocato e rigiocato i Mondiali in camera mia ed ora non vedevo l’ora che l’avventura cominciasse. Ebbene, vedere e sentire su Raidue la gentile signorina annunciare “Buon pomeriggio, dallo Stadio Meazza di Milano trasmettiamo Benvenuti ai mondiali, cerimonia di apertura della 14esima Coppa del Mondo di calcio. Vi ricordo alle 17.45 Argentina-Cameroon, telecronista Bruno Pizzul” mi proiettò definitivamente in un’altra dimensione. E poi vedere tutte quelle grandi palle sul terreno di gioco del Meazza con i colori delle Nazioni partecipanti, sentire la Nannini e Bennato cantare a squarciagola “Notti magiche” in uno stadio strapieno con bandiere di tutti i colori, ammirare le sfilate rappresentative dei vari Continenti, ognuna curata da una grande firma della moda italiana e accompagnata da una canzone legata a quel Continente, e ancora “Notti magiche” cantata in inglese, l’inno d’Italia e infine tutti quei grandi palloni che si schiudevano in migliaia di palloncini, tutto questo mi fece letteralmente impazzire. Non c’erano effetti speciali, ma per me fu come entrare nella leggenda del calcio: la percezione era quella di essere di fronte ad un evento senza precedenti ed in effetti lo era, al centro del quale vi erano l’Italia, gli italiani, noi bambini che il calcio lo masticavamo ogni giorno nei campetti di erba, di terra e di cemento dell’Italia minore così ricca di bellezze e di opportunità. Era un intero Paese che si raccontava al mondo, unendo attraverso il pallone popoli e Nazioni, culture e civiltà, talenti e arti. E io c’ero dentro, mi sentivo parte di questo immenso universo e mi preparavo a vivere un Mondiale indimenticabile. Fu proprio così: di quella manifestazione mi ricordo praticamente tutto, ogni partita dell’Italia con marcatori, minuti esatti di realizzazione delle reti, momenti salienti.

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Con tutti gli amici del quartiere facemmo una sorta di calendario per seguire insieme ogni match dei Mondiali italiani: a girare, ognuno di noi ospitava a casa gli altri bambini, offrendo pop corn, patatine, leccornie varie e bibite. A me toccò Italia-Cecoslovacchia, forse una delle più belle partite della Nazionale in quell’edizione: nell’occasione, tra l’altro, Roberto Baggio realizzò quello che poi fu giudicato il più bel goal dei Mondiali ’90, partendo da metà campo e facendo fuori mezza difesa avversaria prima di battere a rete. Una partita stupenda, che mandò in delirio i bambini riuniti nel salotto di casa mia e soprattutto tutta Italia. Per questo, il tabellino di quella gara, in memoria di un Mondiale indimenticabile, merita di essere annotato qui sotto:

 

Italia-Cecoslovacchia, Fifa World Cup – Fase finale, Girone A

Roma, Stadio Olimpico, 19 giugno 1990

Italia: Zenga, Bergomi, Baresi, Ferri, Maldini, Berti, De Napoli (65’ Vierchowod), Donadoni (51’ De Agostini), Giannini, Baggio, Schillaci. A disp: Tacconi, Ferrara, Ancellotti, Marocchi, Carnevale, Mancini, Serena, Vialli, Pagliuca. All. Azelio Vicini

Cecoslovacchia: Stejskal, Kadlec, Hasek, Bilek, Chovanec, Skuhravy, Moravcik, Weiss (58’ Griga), Kinier, Knoflicek, Nemecek (45’ Bielik). A disp: Kocian, Straka, Kubik, Fieber, Nemec, Hyravy, Luhovy, Miklosko, Paluch. All. Jozef Venglos

Arbitro: Sig. Joel Quiniou (Fra)

Reti: 9’ Schillaci, 78’ Baggio

 

Ma quello fu senza dubbio il Mondiale del mitico Totò Schillaci, anch’egli bianconero, che con i suoi occhi sgranati divenne il simbolo dello spirito della nostra Nazionale: indimenticabile il suo goal all’esordio contro l’Austria, quattro minuti dopo il suo ingresso al posto di Carnevale, colpo di testa su cross di Vialli. Da lì fu tutto un crescendo: altra rete contro la Cecoslovacchia, goal contro l’Uruguay negli ottavi di finale, goal decisivo nei quarti di finale ai danni dell’Irlanda, ancora centro in semifinale contro l’Argentina ad un passo dal sogno, che si fece incubo al pareggio di Caniggia. Noi schizzammo fuori ai rigori, ma Totò non si fermò e segnò anche nella finale per il terzo posto contro l’Inghilterra.

Come sempre, anche il cuore di quella Nazionale era juventino, forse un po’ meno dal punto di vista numerico rispetto ad altre edizioni ma sicuramente sotto l’aspetto qualitativo con l’apporto del nuovo acquisto Baggio e della rivelazione Schillaci passando per De Agostini che in semifinale contro l’Argentina non sbagliò il penalty alla roulette dei rigori, dove invece fallirono Donadoni e Serena. In finale ci andò l’Argentina di Maradona, che fu sconfitta dalla coriacea Germania guidata in panchina da Franz Beckenbauer e in campo dagli “interisti” campioni d’Italia Matthaus, Klinsamann e Brehme i quali segnarono rispettivamente quattro goal, tre e tre conducendo la truppa tedesca alla vittoria. Ma fu anche il Mondiale di Roger Milla, che con i suoi goal trascinò il Cameroun ai quarti di finale, sfiorando il passaggio alla semifinale contro l’Inghilterra. Fu il Mondiale di Highita, che si esibiva in parate pirotecniche e in dribbling ad alto rischio, uno dei quali costò l’eliminazione alla Colombia agli ottavi di finale proprio con il mitico Roger Milla che allo stadio San Paolo di Napoli, al minuto 108, nel corso dei tempi supplementari, strappò la palla dai piedi a Highita e la insaccò dopo aver segnato al 106’ e regalando così il passaggio del turno alla sua squadra. Fu il Mondiale di un’Italia che finalmente si sentì più unita, da nord a sud, anziani e piccoli, uomini e donne, per una volta forse anche juventini e fiorentini, anche se purtroppo qualcuno pensò di distinguersi e di tifare contro la Nazionale. Ma questa è un’altra storia che per una volta non fece notizia.

 

Riccardo Clementi (@riccacleme)

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About Author

RICCARDO CLEMENTI

Giornalista, addetto stampa, scrittore, opera nel settore della comunicazione aziendale. Ha pubblicato opere di argomento sportivo come l’ebook 30. Sul campo, nella vita e il cartaceo Generazione Juventus. Storia di un gruppo di ragazzi innamorati della Vecchia Signora (Urbone Publishing) e due volumi sul tema della spiritualità nel mondo giovanile: Quando una pedalata ti cambia la vita. Due pontassievesi in sella verso Santiago (Comunità dei Figli di Dio) e Noi, pellegrini del nuovo millennio. Due pontassievesi in sella verso Colonia (Editrice Cattolica Sion). Nel 2013 ha narrato la vita di La Pira nel libro La forza della speranza. Giorgio La Pira, storia e immagini di una vita, il più ampio repertorio di immagini fotografiche sul “Sindaco Santo” (Polistampa). Nell’ottobre 2013 ha pubblicato per Mauro Pagliai il libro Dio è giovane! Settanta volte sette buoni motivi per crederci, un saggio che propone 70 riflessioni sul tema del Dio giovinezza dell’umanità. Nell’aprile 2015 ha fornito contenuti e informazioni per il libro Un viaggio in Toscana. La via della geotermia: dalla Val di Cecina all’Amiata (Effigi Editore). Nel luglio 2015 ha pubblicato con Mauro Pagliai il libro Il Contadino 2.0. Tutte le T della Toscana: dalla Terra alla Tavola passando per il Tablet che, partendo dalla storia di un giovane allevatore della Valdisieve, racconta come l’incontro tra antichi mestieri, innovazione tecnologica e nuovi mezzi di comunicazione possa tracciare la strada per uno sviluppo sostenibile e per una nuova ecologia umana. Nel febbraio 2018 ha pubblicato con Urbone Pubishing il libro Un Pirata in Cielo. 14 volte Pantani, dalle vette delle Alpi alle stelle del firmamento, che a 14 anni dalla morte di Marco Pantani ripercorre la vita del Pirata lungo le vie delle sue vittorie.

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