Calcio e razzismo, un problema di civiltà. Anche sui social

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Arrestato e rilasciato solo su cauzione per un tweet razzista a sedici anni. E’ accaduto in Inghilterra. Causa scatenante per l’intollerabile esplosione di ingiurie è stato un evento calcistico: quando Danny Welbeck, attaccante dell’Arsenal, ha segnato la rete con cui ha eliminato il Manchester United dalla FA Cup, sul profilo di un giovanissimo di Salisbury è apparso il terribile messaggio che richiamava piantagioni di cotone, banane, antenati di Welbeck, “nigga” e via di questo passo. La trasposizione distorta di una delusione calcistico-affettiva, perché l’attaccante dell’Arsenal è nato proprio a Manchester, cresciuto nello United ed è stato ceduto la scorsa estate alla squadra londinese. Ma il nesso logico del giovane tifoso (delusione sportiva=offese razziste) è chiaramente inaccettabile. E così la Polizia del Wiltshire lo ha arrestato e poi rilasciato su cauzione fino al 13 aprile, in attesa della conclusione delle indagini.

Il proliferare di offese e attacchi razzisti sul social network con riferimento al mondo del calcio aveva già costretto le autorità inglesi a intervenire in passato. Tra i casi più celebri, la condanna a 56 giorni di carcere per uno studente (Liam Stacey) autore di offese a Fabrice Muamba, il giocatore del Bolton di origine congolese vittima di un malore, e l’obbligo di svolgere 240 ore di lavori socialmente utili per un giovane universitario (Joshua Cryer), colpevole di tweet apertamente razzisti nei confronti dell’ex giocatore del Liverpool e commentatore sportivo Stan Collymore.

Proprio Collymore aveva aperto un fronte di discussione nei confronti del social: “Ho ricevuto diverse minacce di morte, sono stato degradato per la mia razza, e molti di questi account sono ancora attivi. Perché? Io accuso Twitter per non aver fatto abbastanza per combattere i messaggi di odio di stampo razzista/omofobico/sessista, i quali sono tutti illegali nel Regno Unito. Molte forze di polizia sono state fantastiche, Twitter non lo è stato”.

Molti quotidiani on line in tutto il mondo stanno eliminando o riducendo fortemente gli spazi di dibattito, per la difficoltà di moderare le valanghe di commenti che spesso contengono insulti gratuiti di ogni tipo. Poche settimane fa è toccato ad alcune sezioni di corriere.it, con lungo articolo esplicativo di Beppe Severgnini sull’impossibilità di arginare in altro modo la deriva delle offese (“Siamo giornalisti, più o meno bravi: non guardiani di uno zoo”). I social ovviamente vivono in un’altra dimensione: i commenti sono liberi, immediati e non potrebbe essere altrimenti. Ma il problema dei controlli, di una frontiera che blocchi l’offesa libera e il razzismo, o quantomeno un sistema di repressione per chi non sa convivere con gli altri nel mondo civile, è diventato stringente.

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ORLANDO PACCHIANI

Giornalista professionista, senese, convinto contro ogni evidenza che questo mestiere abbia ancora un senso

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