Dopo Parigi apriamo una riflessione sull’uso dei social in caso di attacchi terroristici

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Un occhio alla televisione e l’altro ai social per provare a capire cosa stava accadendo a Parigi, fino a quando non sono crollato sul divano. Come tanti ho trascorso così la notte del 13 novembre, seguendo le notizie in tempo reale di una tragedia che mi ha fatto rivivere l’angoscia provata l’11 settembre 2001 e tornare a chiedermi ‘e se accadesse anche a me’. La differenza rispetto a 14 anni fa è stata in quel telefono che tenevo in mano per controllare e condividere su Twitter quanto stava accadendo. Una differenza non da poco che ha reso gli attentati di Parigi, un attacco condiviso sui social dove la rete ha cercato di dare una mano e dove milioni di persone hanno condannato, dato solidarietà e si sono sentite parigine.

Un impegno della rete che si è trasformato in atti concreti perché nella Parigi spaventata e in preda al caos grazie all’hashtag su Twitter #PorteOuverte gli abitanti delle strade dove sono avvenute le sparatorie o nelle zone circostanti hanno offerto un rifugio a chi non sapeva dove andare per essere al sicuro. Nel frattempo Facebook aveva attivato il ‘Safety check’, una funzione speciale per gli utenti di Parigi: ogni persona che si trovava in una zona a rischio attentati ha ricevuto una notifica per chiedere all’utente se fosse al sicuro, inviando automaticamente un messaggio di avviso ai suoi amici (uno strumento già utilizzato nel caso del terremoto in Nepal). E quando è stato il momento della triste conta delle vittime, i social si sono di nuovo attivati per la ricerca dei dispersi attraverso l’hashtag #RechercheParis, così come accade in caso di calamità naturali.

I social dunque non sono serviti soltanto a dare solidarietà a Parigi e alla Francia ma hanno avuto un utilizzo simile a quello a cui abbiamo assistito in casi di terremoti e alluvioni più o meno grandi. In questo senso in Italia la Protezione Civile, Regioni e Comuni stanno lavorando all’individuazione di protocolli di allerta e intervento in caso di disastri naturali che coinvolgono attivamente i social, così da utilizzare al meglio le possibilità offerte da Facebook, Twitter, WhatsApp e le altre piattaforme di nuove comunicazione. E allora forse viene da chiedersi se anche le forze che vigilano sulla sicurezza del Paese non potrebbero avviare una riflessione su un utilizzo strutturato e definito dei social in caso di attacchi terroristici come quelli di Parigi, poter sfruttare i nuovi mezzi di comunicazione come strumento per dare informazioni e permettere ai cittadini di avere un canale sicuro da cui attingere le notizie potrebbe essere decisivo a evitare che si diffonda il panico. La notte del 13 novembre gli account di Comune di Parigi, Prefettura, Ministero dell’Interno, Governo ed Eliseo hanno diffuso informazioni importanti ma non sempre con gli stessi hashtag o comunque non sempre con quegli hashtag che viaggiavano in rete. Per questo individuare un protocollo comune sui social in caso di tragedie come quelle di Parigi potrebbe essere uno strumento in più per accrescere la sicurezza. Con la speranza di non doverlo mai attuare.

 

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ANDREA MARRUCCI

Giornalista under 40 convinto che 140 caratteri possano bastare (e avanzare) per migliorare la comunicazione...

1 commento

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    mi piaciono tutte queste iniziative per cercare un muovo mercato per la musica (i cd stanno morendo) senza per forza spillare tutti i soldi a noi aptassionapi di musica! attendiamo le mosse dei big della canzone sia italiana che straniera!

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