Brunello da quattro generazioni in …Capanna

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CencioniVino5 Benito ha ottant’anni suonati. Ti viene incontro con un sorriso a 36 denti, gli occhi accesi di un ragazzino,  fisico asciutto come quello di una quercia, fiero della sua divisa da cacciatore e con la lepre nel sacco.  Brunello da tre generazioni, la prima bottiglia nel ’64, le vigne nuove nel ’57. Pionieri di Montalcino, i  Cencioni.

Benito e il figlio Patrizio ti accolgono col calore tipico della gente di Montalcino, gente generosa e concreta  come il lavoro in vigna, come la vita che scorre con l’orologio delle stagioni, come la pietra sulla quale i  Cencioni hanno costruito il casale che affaccia sulle colline fitte di viti e olivi:CencioniVino7 un orizzonte verde, senza soluzione di continuità dove ti perdi, dove il respiro si fa pieno e lento, dove l’aria è diversa, dove i profumi della natura si mischiano a quelli della cantina; dove l’olio, il vino, le grappe, i cereali, raccontano la storia di una delle famiglie di vignaioli più antiche di questo angolo di Toscana che non ha pari al mondo.

Montalcino is Montalcino. Punto. Unicità del posto e dei prodotti di un terroir particolarissimo. Le vigne dei Cencioni stanno a nord di Montalcino, a Montosoli, zona considerata uno dei migliori ‘Crus’ del Brunello.  Niente accade per caso.CencioniVino6

Benito ne ha viste di tutti i colori, dalla guerra in giù: vita dura, vita da difendere, vita da coltivare come una  barbatella. E quando a Patrizio, il figlio di Benito che porta avanti l’azienda ‘Capanna’ e che ha già messo in pista  la quarta generazione, il figlio Amedeo poco più che ventenne con in tasca una laurea in Enologia, chiedi se si  sente una ‘barbatella’ lui sorride e si schernisce dietro i grandi occhi celesti. Non c’è bisogno di risposta, in  questo caso è superflua, perchè basta guardarsi attorno e la storia e lì a parlarti, a svelarti quello che questa famiglia sta facendo da sessant’anni con lo stesso rigore e la stessa passione con la quale nel ’57 il padre di Benito mise a dimora quella prima barbatella, ‘madre’ dei venti ettari di terreno dal quale oggi ‘stillano’ una vendemmia dietro l’altra, portando il loro Brunello in tutto il mondo.CencioniVino2

Pionieri del vino di Montalcino ma anche della globalizzazione: i primi a intuire che quel ben di Dio rosso rubino doveva essere conosciuto anche da chi vive in Germania piuttosto che negli States. Passo dopo passo, con calma, con lungimiranza e molta attenzione a non fare il passo più lungo della gamba come si dice in Toscana.

C’è una data a fare da spartiacque: 1975, primo ordine che da Montalcino parte per la Germania, poi arrivano il Belgio, l’America e negli anni ’90 quando in Italia tira ancora la ‘Milano da bere’, i Cencioni ‘conquistano’ il Giappone. Per primi.

Patrizio e Benito aprono le porte dell’azienda con grande senso di ospitalità e quell’orgoglio sano di chi si è fatto da solo, pietra dopo pietra, filare dopo filare. Un viaggio d’altri tempi al tempo di oggi, fino al ‘cuore’ della Capanna: la cantina. Più che una cantina, un museo che ‘scorre’ sotto le fondamenta del casale. Un altro mondo nel mondo del Brunello, dove quel succo rosso rubino si trasforma da grappolo in vino e lì riposa, anzi, continua il suo cammino nelle grandi botti di rovere di Slovenia: quattro anni per il Brunello di Montalcino, cinque per la Riserva. E la riserva 2006 – grande annata – che ti versa nel calice da degustazione è un’emozione fortissima: vino elegante, profumi intensi che quasi ti stordiscono: vieni rapito dai frutti rossi e dai sentori del sottobosco. L’impronta tannica c’è ma è assolutamente armonica, struttura quanto basta a definire il corpo del vino perchè il  resto è pura poesia. Meditazione infinita che ti rimette in pace col mondo.CencioniVino4

“Noi da sempre vendemmiamo a mano, e selezioniamo i grappoli più adatti a ogni singolo  vino”, spiega Patrizio mente mostra il suo ‘museo’: luci soffuse, temperatura costante,  silenzio. Al punto che ti viene da camminare quasi in punta di piedi per non disturbare il  riposo-lavoro del Brunello, della Riserva, del Rosso di Montalcino Doc (2011)  o del  Sant’Antimo Rosso (2010).

E quando affondi il naso nel calice del Moscadello di Montalcino (2012), i sensi si accendono  come fosse uno choc di profumi e sapori indescrivibili che si esaltano e si amplificano nel  Moscadello di Montalcino Vendemmia tardiva (2010). Da capogiro…

E’ qui che capisci cosa c’è e quanto c’è dietro il vino dei Cencioni. Un vino che ti parla, ti racconta, ti prende per mano. La sala di degustazione è un altro mondo nel ‘museo’ dell’azienda: ci sono i gioielli di famiglia, divisi per  tipologia e annata a dirti cosa sono state in grado di fare le mani di Patrizio, di Benito e quello che faranno le mani di Amedeo seguendo l’esperienza dei ‘maestri’ di casa. Artigiani del vino da quattro generazioni.

Tradizione e innovazione è la filosofia aziendale: clienti selezionati come i grappoli migliori in vigna, perchè nella piazza globale del mondo ci si sta se “hai qualcosa da dire e da presentare, se sai distinguerti col lavoro prima in vigna e poi in cantina”.

Il che significa che il mitico Oriente, gran frontiera dell’export viti-vinicolo italiano va preso con le molle perchè “lì la cultura del vino non è ancora metabolizzata appieno, non è come da noi” spiega Patrizio mentre mostra orgoglioso le riviste che parlano di lui e del suo vino: Wine Spectator e numerose pubblicazioni in giapponese.

Il web è l’innovazione che serve per comunicare e per trasmettere alla comunità infinita dei Social cos’è quello che fai, “se ne occupa Amedeo che smanetta sul pc ogni giorno” di ritorno dalla vigna.

“Saper raccontare il vino che fai è anche un’operazione culturale che serve a perpetuare il brand Montalcino, la nostra tradizione, il modo di lavorare e di considerare il frutto del nostro lavoro: qualcosa di più grande, di più profondo che una semplice bottiglia di vino. Raccontiamo il legame fortissimo con il territorio e con la terra, con la pietra dei nostri vigneti che conferisce al vino una peculiarità unica e irripetibile. Oggi come oggi è difficile trovare un vino cattivo, ma la cifra, il tratto distintivo sta in come curi la vigna”, spiega Benito, la roccia di casa.CencioniVino3

Le frontiere senza confini di Internet sono la strada per percorrere tante altre strade, “ma la vigna e la cantina sono la radice che affonda nel terreno. Da dove tutto parte e tutto torna”, scandisce Patrizio.

Il suo Brunello di Montalcino vanta il blasone dei primi cento vini al mondo, ma quando glielo sottolinei, lui non si scompone, fermo com’è sulle radici delle sue vigne e il lavoro che da domani lo aspetta: una nuova vendemmia.

E quando gli chiedi se in tutti questi anni c’è un vino al quale è particolarmente legato o qual è per lui il vino migliore della Capanna, ti risponde secco: “Il prossimo!”.

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LUCIA BIGOZZI

Toscanissima. Giornalista per passione. Ventiquattro anni fa avevo due opzioni: o l’insegnamento (laurea in lettere classiche) o quella di chi mi diceva “Giornalista? Per carità, trovati un uomo ricco e sposalo". Ho scelto la mia di strada, controvento. Dal 1988 duri anni di gavetta, puro precariato, eppure preziosi perchè mi hanno fatto scuola. Prima sui campi di calcio di una piccola squadra di provincia per il Corriere dell'Umbria, poi undici anni nella redazione del tg di Teletruria (emittente televisiva di Arezzo). In quegli anni arrivò l'assunzione al quotidiano Il Corriere di Arezzo, l’esame a Roma per diventare giornalista professionista e di lì a poco la collaborazione con l'Ansa (per quattro anni corrispondente da Arezzo). Dopo l'esperienza televisiva e quando tutto sembrava andare storto, mi sono aperta una piccola agenzia di stampa fornendo notizie a radio, quotidiani e tv locali. Chiusa quella fase, ci fu la corrispondenza per Il Giornale della Toscana (dorso regionale de Il Giornale) e un anno dopo l'assunzione nella redazione del quotidiano di Firenze dove sono rimasta per dieci anni (dalla nera alla bianca), scalando piano piano i gradini della carriera professionale fino a diventare caposervizio del politico. Anni bellissimi durante i quali ho avuto l'opportunità di scrivere anche per il quotidiano nazionale. Infine nel 2009, il 'grande salto' a Roma con l'entusiasmo di rimettermi ancora una volta in gioco, ricominciando da me. Quattro anni alla redazione de L'Occidentale (vicecaporedattore), sempre a tu per tu con la 'politica-mon-amour', il desk e la gestione delle piattaforme web. Oggi, nella redazione del quotidiano online Intelligonews. Le mie parole-chiave: avanti, coraggio, tenacia, umiltà, obiettivo. Ultima “conquista”: Sommelier del vino!

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